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E' fuor di dubbio. La scena dance italiana ha perso colpi. Sarŕ la mancanza di idee, di coraggio. Sarŕ il calo di vendite. Sarŕ l'invasione di digital releases. Ma l'omogeneitŕ nei suoni č un dato di fatto. Si segue un trend come pecore. Non si osa piů! “Senza ombra di dubbio sono in crisi i giovani, convinti che per fare buona musica basti un pc, una cassa e un basso. Lavori destinati in partenza a restare confinati nei portatili di chi li produce”. La pensa cosě Joe T Vannelli, storico dj produttore e titolare dalla J.T Company. E continua su questa linea anche il dj Stefano Gambarelli, punta di diamante della d:vision. “Le nuove generazioni – afferma - hanno la vena creativa esaurita in partenza. Non fanno altro che copiare le hit straniere, ammesso poi che siano catalogabili come tali”. Copiamo quindi. Ecco perché, fatta eccezione per alcuni casi, non sentiamo mai qualcosa di nuovo, di diverso. “I produttori italiani - conclude Ilario Drago, patron della Ego Music - si sono messi ad emulare. Dovrebbero lavorare piů seriamente. Oltre ad essere piů umili ed originali. E noi discografici dovremmo dargli un po' piů di fiducia”. Insomma, la pensano cosě alcuni 'pezzi grossi' della scena dance nostrana. Io, invece, penso che ai tempi di Corona, Cappella o Robert Miles, avevamo sicuramente piů estro, piů creativitŕ. E la domanda che mi pongo sempre piů spesso, quindi, č la seguente: “Saranno nascosti da qualche parte i nuovi Black Box o 49ers?”.
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